Cuba 2005 – parte 2

Pozze maleodoranti, immondizie sulla strada, gente per strada a mendicare, bambini a chiedere il dollaro americano, un tanfo di gasolio incomparabile, poster che inneggiavano Fidel Castro, le ragazzine mano nella mano con anzianotti europei (eh si, dicesi sfruttamento sessuale), poliziotti con il mitra in mano sul Paseo del Prado che ci consigliarono di non far vedere la macchina fotografica perché non dovevamo pensare di essere in un posto sicuro. La sera, mangiammo un cocktail di gamberi e del riso in un ristorante nel Calle del Obispio, vicino al mare, arrivandoci in cocotaxi. Al ritorno, mi ci volle un bagno nel mio bell’hotel, un’aragosta da 32 dollari ed un gelato, per somatizzare la giornata.

Altro giorno, altra visita. Passammo per la Plaza de la Catedral e ci fermammo alla cattedrale, al Palacio de los Marqueses de Arcos, alla Bodeguita del Medio dove non presi il mojito 1)perché sono astemia e 2)perché appena entrai, quei pochi avventori al suo interno mi guardarono con faccia non troppo entusiasta, quindi uscii subito. Poi fu la volta della fabbrica di sigari Partagas -. Io ovviamente d’inglese non ci capivo na mazza e la visita guidata era in quella lingua. Leo, che aveva 18 anni, mi faceva la traduzione simultanea in italiano ed io, da cugina più grande di lui, mi sentivo una cacca. Vidi persone silenziose li dentro, in uno stanzone non troppo illuminato, ricordo il caldo infernale, un ventilatore qua e là, un anziano con la faccia stanca. Uscimmo e mi recai a prender le sigarette per Enrico (mi ricordo che me le aveva chieste) e poi ci dirigemmo verso il  Paladar bellamar, un ristorante il cui proprietario era un omone italiano con i capelli lunghi e faceva scrivere frasi sui muri dai clienti. Cercate i nostri nomi con data 18.10.2005 e fatemi sapere se li trovate.

Il giorno dopo andammo all’Havana Club ed all’Hotel Nacional; di quest’ultimo ricordo il vialone per entrare, la posizione dominante sulla collina, le macchine dei ricchi, la limonata più buona del mondo.

Da lì alla prossima destinazione (la cena alla Dona blanquita – a base di riso e platano, il tutto vista traffico), solo 9 km a piedi, un tragitto in cocotaxi e tanto smog nei nostri polmoni.

Il giorno del mio onomastico, il 20 ottobre, abbandonammo Havana (scorgendo sulla tv della stazione bus che si stava avvicinando l’uragano Wilma), per andare a Trinidad, patrimonio Unesco. 4 ore di corriera dopo, arrivammo alla fermata del bus e venimmo accolti da gente urlante, adita a farci vedere le loro case su foglio A4 a colori, per offrirci un letto nella loro casa particular. Monika mi disse “scegli tu”. Io misi il dito sul primo foglio che mi si presentò in faccia..mi bastava andar via da tutto quel chiasso.

Il ragazzo, il cui nome non ricordo, ci portò a casa sua (calle Piro Guinart –Boca- num 36, entre Anastacio Cardenas y Pedro Zerquera): viveva con i genitori Mayra e Rolando e con il cane Figo (come il calciatore). La casa era modesta (ma con aria condizionata ed acqua calda 24/24) ed i proprietari furono più che cordiali e fecero di tutto per farci sentire a nostro agio mentre il figlio, con i nostri passaporti, era dovuto andare alla polizia locale per chiedere il permesso ad avere 3 adulti invece di 2 adulti ed un bambino, come lui aveva registrato la sua casa.

Dopo aver avuto il consenso, ci spiegò il funzionamento delle case particular: esse sono dei b&b molto economici, concessi alle famiglie cubane per far guadagnare loro qualche soldo; lo Stato le controlla con inerzia:

  • i proprietari devono far sapere quante stanze possono offrire e quante persone possono accogliere
  • i proprietari non devono commettere errori nella trascrizione dei documenti di viaggio su un apposito registro

pena: la confisca della casa e la prigione a vita. (Solo!)

Per il giorno dopo, ci organizzò una gita a cavallo di 6 ore nella Valle de los Ingenios per 16 dollari, passando per dirupi il cui fondo non si scorgeva, una casa di legno priva di elettricità dove viveva una famiglia con i bimbi che in quel momento giocavano con le mucche nel fango, foresta vergine con ogni tipo di verso animale, campi di canna da zucchero, un binario di ferrovia arrugginito, una cascata nel bel mezzo del niente che dava su una grotta dove, con senno di poi, non avrei scritto il mio nome con un pezzo di roccia, ma lo facevano tutti..

Lasciammo Trinidad, viaggiando su un taxi, per avventurarci a Santa Lucia. La parola avventurarci non è messa lì a caso. Perché è stata decisamente un’avventura. Doveva essere un soggiorno rilassante al mare..siamo arrivati in un hotel INVASO dalle zanzare. C’erano in camera, oltre alle zanzariere, in bagno, in corridoio ed in sala da pranzo, sul pesce della cena. Sciami. Non so come, ma Monika decise di restare..e noi con lei. La svolta arrivò l’indomani quando contammo le punture e lei vinse. Riprendemmo il taxi e scappammo.

Il 23 ottobre, eravamo a Camaguey ed il reggaeton riecheggiava in ogni via. Dormimmo da Xiomara e Rodolfo in calle Esteban (Oscar Primelles 615, entre Lugareno y San Ramon). Il giorno dopo, proseguimmo per Santa Clara, per vedere la tomba del Che. Dettagli se era un martedì ed era il giorno di chiusura. Doh! Ci fermammo quindi in una casa particular con i proprietari borghesi: la casa era parecchio grande ed avevano addirittura tre stanze da poter affittare. Il salone aveva mobili curati e le poltrone rivestite di seta verde. Il pomeriggio andammo a fare un giro ed ad un certo punto, mi sedetti su una panchina di un viale pedonale. La sera al ritorno a casa, Nelson (il proprietario) prima iniziò a chiedere se fossi vergine e poi mi informò che quella panchina che io avevo usato per riposarmi, era usata dalle prostitute per far capire ai clienti che erano libere. O.o

L’uragano Wilma intanto stava proseguendo per Miami, avendo già allagato Havana.

Prendemmo il bus turistico (sia mai prendere quello per i cubani, la polizia non lo consente), il sole fuori batteva su un asfalto in mezzo al nulla e sulla strada c’erano due anziane signore che aspettavano un passaggio (a Cuba poiché non tutti hanno la macchina, la gente a cui serve un passaggio, si apposta sulla strada ed è normale che venga presa su da carretti, trattori, macchine e bus per cubani). Due turisti davanti a noi chiesero all’autista di farle salire. Lui resistette fino all’ultimo ma poi le fece entrare, obbligandole poi a restare in piedi per un’ora, non dando loro il permesso di sedersi. Mi si strinse il cuore a vederle.

Arrivammo a Varadero. Lo soprannominai “falsa Cuba”. Per entrare in questo villaggio fatto di hotel, bisognava far vedere tutti i passaporti, c’era una guardia all’entrata con una sbarra manco avessimo sconfinato, giardini inglesi tagliati perfettamente, bar ed internet cafe, turisti sorridenti in bicicletta, le mini automobiline per i golfisti che sfrecciavano sull’asfalto immacolato.

Decidemmo di alloggiare presso l’International Hotel, 4 stelle.

La sera l’intrattenimento consisteva in musica live, balli, biliardo, cocktail a profusione, gigolò e prostitute. Degli ultimi due io non ne avevo alba. Quando vidi le signorine entrare in sala, pensai fossero ospiti che semplicemente erano venute a farsi un giro. Solo dopo averle viste uscire con uno per ripresentarsi alla ricerca di un altro mezz’ora dopo, restai a bocca aperta e capii.

Il giorno dopo, bandiera rossa e pioggia. Era poi tempo di tornare ad Havana per dormire al Convento di Santa Clara e riprendere l’aereo la mattina successiva. Havana si presentava con i segni dell’acqua alta, dovuta al passaggio dell’uragano. Decidemmo di soggiornare l’ultima notte presso il Convento di Santa Clara e partimmo l’indomani mattina.

Hasta la vista, Cuba!

 

 

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