Visita alla diga del Vajont

Un anno fa, dopo aver visto per la seconda volta il film sul disastro del Vajont, ho deciso di andare a visitarla. Era giusto farlo.

La mia visita inizia all’Ufficio informazioni della Diga del Vajont, dove scelgo di prendere una guida per 10Euro, della durata di 45min (solo per mancanza di tempo). Le guide partono in gruppo anche di 20 persone alle 11, alle 14, alle 16, dalla zona antistante. Non si possono prenotare e non si può salire sulla diga, se non in un gruppo guidato. Di solito vicino c’è un van che offre paninetti etc. Parcheggio davanti all’Ufficio a pagamento. Più avanti, trovate zone dove sostare a gratis.

Partiamo.

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Il Vajont è il nome del torrente che scorre nella valle di Erto e Casso per confluire nel Piave, davanti a Longarone e a Castellavazzo, in provincia di Belluno (Italia). La storia di queste comunità venne sconvolta dalla frana del Monte Toc che si riversò sulla diga del Vajont.

La diga del Vajont è un progetto di un ego smisurato del non ingegnoso Ingegnere Carlo Semenza che voleva realizzare la diga più grande del mondo. Con il (disgraziato) contributo di un geologo, Giorgio dal Paz, che non si preoccupò del fatto che una montagna su cui volevano appoggiare questo grande progetto (il Monte Toc – l’abbreviazione di “patoc”, che significa “marcio”, “fradicio”), non poteva supportare e sopportare tutto ciò. L’importante per loro era il progresso della nazione, in barba ai permessi ed alle case e campi dei contadini che ci passavano in mezzo. La solita storia del potere dei soldi che non guarda in faccia a niente e nessuno.

La diga del Vajont è alta 266 metri. L’onda provocata dalla frana LUNGA 2KM del Monte Toc, SUPERO’ il coronamento della diga di 200 METRI (per fortuna non distruggendola).

Nel lago, però, precipitarono 260 milioni di metri cubi di montagna, a 100 km l’ora. L’aria, compressa dall’acqua, acquistò una potenza quanto il doppio dell’esplosione della bomba di Hiroshima. Dopo l’aria, arrivò l’acqua. Un volo di 4 minuti, percorso a 80 km l’ora. Alle 22.43 del 9 ottobre 1963, l’onda, scavalcando la diga colpì il letto del Piave, ne raccolse le pietre, piombò su Longarone, Pirago, Maè, Villanova, Rivalta. Cancellandoli. Lungo le sponde del lago del Vajont vennero distrutti i borghi di Frasègn, Le Spesse, Il Cristo, Pineda, Ceva, Prada, Marzana, San Martino, Faè e la parte bassa dell’abitato di Erto.

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Risultato: 1910 morti, di cui 487 bambini.

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Il tour inizia proprio davanti all’Ufficio, dove, su un parapetto di legno, sono attaccate delle bandierine colorate. Ogni bandierina è un bambino rimasto ucciso per il disastro. E riporta nome e cognome ed età alla morte. Tristezza.

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Si prosegue verso la chiesetta di fronte alla diga, di fianco alla strada. È stata costruita in memoria dei lavoratori uccisi quella notte. Qui la guida racconta la storia e ti porta a riflettere che la collina dietro la diga, il piazzale dove si trova l’Ufficio ed il parcheggio davanti, quel giorno, era l’insieme della frana. Ti mostra che da un punto all’altro delle due montagne, c’erano acqua, detriti, alberi divelti. Ti fa riconoscere i lastroni di roccia CURIOSAMENTE liscia e nuda. E ti pare IRREALE, IMPOSSIBILE. Rabbrividisci.

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Poi si attraversa la diga e ti sento un puntino ti fronte a questa struttura IMPONENTE. Vedi sotto, una Longarone totalmente ricostruita. Incontri gente che fuma e si fa i selfie (a cui vorresti dare uno sberlone) ed arrivi dall’altra parte, nell’area della cabina comandi, dove trovi alcune foto della diga e vedi il sotto valle nella sua interezza.

La visita è finita e non si può restare indietro. Si torna indietro mesti mesti, in silenzio.

 

 

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